Come gli scaffali dopo il Natale all’Esselunga

Martedì mattina siamo tornati a casa dopo il Natale passato in famiglia. Rientrati ad ora di pranzo abbiamo sistemato i bagagli e pranzato con quel po’ che era rimasto in casa. Nel primo pomeriggio poi, per evitare la ressa, ho deciso di andare a fare la spesa nel solito Esselunga che abbiamo vicino casa. Una volta arrivato però un strana atmosfera si respirava sin dopo l’entrata nel parcheggio. Una volta sceso nel piano interrato infatti la maggior parte dei posti erano liberi. Anche quelli posizionati strategicamente tra le porte e i carrelli erano disponibili, ma nonostante ciò ho scelto di parcheggiare l’auto nella solita postazione un po’ appartata così da evitare le sportellate di vicini poco attenti.

Una volta entrato mi ha colpito una lunghissima fila di carrelli abbandonati accanto al muro in attesa di essere portati su tramite il tapis roulant su cui sono salito con circospezione. Arrivato all’accesso principale sono andato a prendere il mio carrello con il gettone di plastica regalatomi dall’Avis dopo la mia prima donazione, ma aprendo il portafoglio mi sono accorto di non aver preso dal portafoglio della mia ragazza la tessera Fidaty che le avevo dato per alleggerire il portafoglio. Preoccupato di non poter usufruire delle offerte natalizie, vado al banco del servizio clienti e dico “Buonasera, ho dimenticato la tessera. Potreste darmi il numero?” e la signora dalla faccia stanca “No, può fare solo un duplicato” ed io “Come un duplicato? L’ho dimenticata a 5 minuti da qui!” e lei di nuovo “Si mi spiace, posso farle solo un duplicato”. A quel punto ho salutato con un cenno di sconforto e ho aperto la mia app Poste Mobile dove ricordavo di aver salvato la tessera che però tempo addietro non era stata accettata. Avviata l’app, visualizzo il codice a barre della mia Fidaty, tento di accedere ai totem per gli sconti e funziona. Per sicurezza chiedo pure ad un cassiere che con un inusitato entusiasmo mi dice “Certo che può utilizzarla!”.

Sono felice. Ho involontariamente scoperto che quell’ingombrante scheda di plastica utilizzata una volta a settimana per essere identificato ed avere qualche sconto poteva finalmente essere lasciata a casa. Non importava quante volte il sito Esselunga avesse rifiutato di rimandarmi una nuova password.
A quel punto ero pronto per far iniziare la mia spesa del 27 dicembre pomeriggio, ma appena entrato nel reparto frutta e verdura un vago senso di scoramento mi ha colto. In una mano tenevo il sacchetto per le verdure mentre l’altra era avvolta dal guanto di plastica antiergonomico per eccellenza. Rovistavo tra i mandarini per scegliere i più belli, ma tracce di muffa e il liquido classico di agrumi andati a male ha reso la mia scelta più difficile del solito. Le zucchine poi erano rugose, sporche di terra e a un prezzo molto più alto della scorsa settimana. Il banco frigo delle verdure non era stracolmo di roba e i “settori” vuoti venivano rimpiazzati con lentezza.


Ecco, lentezza. Lentezza e scarsità. Queste sono le parole che mi vengono in mente della mia spesa all’Esselunga dopo il Natale.

Facevo il mio solito giro seguendo il post-it della mia ragazza incollato sul carrello e aggiungendo i prodotti in offerta più interessanti, ma non era piacevole come al solito. A me fare la spesa piace molto perché riesco a mettere insieme la scienza del risparmio con la creatività nell’acquisto di viveri oltre che la sistematicità necessaria per avere una dispensa sempre pronta a qualsiasi appetito. Inoltre il supermercato, e in particolare i grandi Esselunga store, sono luoghi in cui regna l’abbondanza, la cura e l’ordine. Gli scaffali sono sempre stracolmi di beni, i corridoi più grandi sono sempre attraversati da espositori ricchi di offerte e prodotti collocati in maniera inusuale. Tutto è lì, ordinato con cura, pronto per essere poggiato nel carrello e portato a casa con il minimo sforzo.

Martedì invece molti scaffali erano vuoti, altri ospitavano poche confezioni abbandonate in maniera disordinata, altri ancora promuovevano a prezzi stracciati prodotti sfacciatamente natalizi come torroni, pandori e panettoni. Ma la cosa che più mi ha colpito era che non si trattava di un supermercato in abbandono con carenza di personale o di prodotti, tutt’altro. Sparpagliati per i corridoi era possibile vedere molti addetti intenti a rifornire gli scaffali, a pulire l’acquario della pescheria, a tirare fuori le nuove confezioni di carne e a togliere dagli imballaggi le conserve e i prodotti da frigo. Lavoravano tutti, ma apparentemente con uno stato d’animo diverso dal solito. Avevano tutti una sorta di rassegnazione, una stanca calma tipica di chi ha appena condotto una lotta. Anche gli scaffali semi-vuoti e in disordine sembravano aver superato con dignità un momento difficile e come in altre situazioni la ricostruzione era dura ma possibile. Ho visto anche un ragazzone che con le braccia tutte tatuate teneva in mano delle fotocopie che sembravano tanto le istruzioni di un mobile IKEA, ma che invece erano le indicazioni per il montaggio degli espositori delle calze della Befana che stavano iniziando a prendere il posto dei giocattoli con l’aggressività degna del peggiore dei virus in circolazione.

Alla fine ho fatto una buona spesa, senza comprare nulla di strano o particolarmente conveniente. Non sono riuscito neanche a trarne una morale perché sarebbe troppo semplicistico vedere la decadenza del consumismo dietro delle sensazioni provocate magari dalla semplice turnazione degli scaffalisti, o dalla voracità con cui i reparti sono stati svuotati dai clienti.

Mi ha divertito però ricomporre e riproporre quello che ho visto e sentito, quindi lo farò di nuovo, ma non aspettatevi nessuna morale. Quella richiederebbe troppa fatica 🙂

Photo credits Michele M. F. / Flickr Creative Commons

Il mio cinquecentesimo post

Da molto tempo ho voglia di pubblicare con maggiore frequenza su tutti i miei siti, ma se su antoniopatti.it e mobilitytechnologies.eu ogni articolo richiede ore e ore di ricerca, scrittura ed editing, qui su Lavoro da Filosofo potrei dedicarmi a contenuti più leggeri sia da produrre che da fruire.

Questo post, il cinquecentesimo dai conteggi di WordPress, ne è una prova.

Mi piacerebbe recuperare un po’ di leggerezza nelle pubblicazioni così da tenere allenato il mio muscolo della scrittura, e magari condividere qualcosa di interessante in maniera più approfondita rispetto a quanto faccio su Facebook, Twitter o LinkedIn.

Magari potrei riassumere in parole semplici quanto ho scritto sugli altri siti, potrei recensirvi la mia esperienza nel cambio del display del mio portatile o farvi una report completo della nostra nuova auto dopo il primo anno di vita.

Insomma potrei scrivere tante cose, per questo ho deciso di celebrare il traguardo dei 500 post augurandomi di poterne scrivere altrettanti, impiegandoci magari meno di dieci anni.

Perché non gioco a Pokémon Go. Nostalgia degli anni 80/90

Prima di parlare del motivo per cui non potrò mai apprezzare il famoso Pokémon Go, metto subito in chiaro due cose.

La prima è che da 35enne con un passato da bimbo sovrappeso dagli enormi occhiali in osso marroni a goccia, i denti storti, il NES sempre acceso e il cassetto dei giocattoli pieno di Masters e Transformers, non posso che definirmi un nostalgico degli anni 80/90. Un tradizionalista della spudorata violenza low-def di Ken in Guerriero e i Cavalieri dello Zodiaco. Un conservatore del pixelloso scorrimento orizzontale di Mario Bros. Un monarchico delle vecchie tradizioni per cui, se sei grasso e hai gli occhiali, l’unico ruolo calcistico che potrai impersonare sarà quello del portiere con sistematiche pallonate in faccia e una mitragliata di gol subiti prima ancora che mia madre urlasse “Antonioo saliiii”.

La seconda è che quei ragazzini che vanno in giro in cerca di pupazzetti a me non danno per niente fastidio e non mi preoccupano per il futuro del mondo. Anzi mi fanno quasi simpatia perché si divertono da matti, escono e fanno gruppo. Gli adulti invece mi piacciono un po’ meno, ma in fondo chi se ne frega. Io pure faccio cose tipo la Capoeira che in molti non capiscono, quindi. Quelli invece che si schiantano in auto sono degli dementi, esattamente come lo sono quelli che usano Whatsapp o Facebook durante la guida.

Fatte queste premesse vi spiego perché, neanche per lavoro, riesco a usare un’app che in poche settimane ha avuto oltre 75 milioni di download, che fattura tottellate di dollari al giorno e che continua a far ciondolare gente in giro per le città manco fossero rabdomanti nel deserto.

Tralasciando il fatto che tra lavoro, Capoeira, pendolarismo, Esselunga e un po’ di meritato riposo insieme alla mia fidanzata, non mi sognerei mai di andare in giro a cercare dei mostriciattoli feroci quanto un Muppet e poi, diciamoci la verità, ma che genere di combattimenti fanno? Cioé stiamo parlando di un ragazzino che va in giro con una palla dallo spazio interno infinito come le borse di Mary Poppins che poi, quando trova qualcuno che fa il bullo, tira giù la palla e fa combattere il mostrino di turno?!

No ma dico, ce la fai? 

Negli anni 80/90 non ci si nascondeva dietro tondeggianti animaletti colorati. Ai miei tempi le risse si facevano con le sacre tecniche di Hokuto. Due dita nel cervello, una sul pettorale e 3 secondi di sbeffeggio prima di quell’acuto suono che precedeva il rigonfiamento e l’esplosione del corpo in una esilarante fontana di sangue che riempiva il piccolo schermo a tubo catodico. Altro che palle e mostrini! Allòra i torti si risolvevano a tu per tu usando le mani o un bell’incontro di wrestling su un ring circondato da punte affilate ed arrugginite con su una maschera che, mi sono sempre chiesto, quanto diavolo facesse sudare il povero Uomo Tigre! E se fare a cazzotti non piaceva, si poteva usare una comoda armatura dell’elmetto a forma di animale composta dell’unico metallo al mondo che invece che sciogliersi o rompersi, si sgretolava come la pietra pomice sui calli di mia nonna. Il massimo della disintermediazione poi si aveva solo quando si pilotava un mega robot che sparava missili all’infinito da qualsiasi pertugio del suo corpo e che quando si metteva male, si univa ad altri robot per creare un mega-super-robot con incastri degni di Fuksas e l’arrivo di componenti che non ho mai capito dove giacessero durante i combattimenti.

Cioé vuoi combattere? Non puoi andare in giro a cercare i Pokémon! Per me combattere in un videogioco significa sparare Hokuto no ken a nastro e cercare di tirarti via la testa insieme alla spina dorsale con una fatality, parola che ai giocatori di Pokémon Go fa pensare solo a un errore dei server, non al più saguinario dei videogiochi di combattimento del sistema solare.

Mi dispiace ma non è nel mio stile andare in giro con jeans, cappellino rosso e zainetto. Io sono per il total black di Devil Man, la classe di Lupin o al massimo l’attillata sportività di Megaloman. E poi non mi dite che per trovare quegli animali dovrei farmi obbligare da un’azienda americana a girovagare per la mia città così da scoprire “i tesori nascosti” della mia terra nonostane il mio vicino di casa con 30 euro (30 mila lire cit.) mi farebbe una guida migliore! Io al massimo potrei andare alla ricerca del settimo senso, delle sfere del drago, della spada di He-Man, dei laghi in cui Sampei pescava pesci con cui mangiare una settimana, del Mago Pancione a cui chiedere i numeri del SuperEnalotto, di Doraemon a cui far pulire casa e far fare la spesa, del giardiniere di Holly e Benji per congratularmi dell’ottima aratura a uovo, dell’officina di fiducia di Super Gattiger o dell’azienda di trasporti del Galaxy 999 per mandare il curriculum.

I Pokémon però no. Non riesco proprio. Non li cercherò e non li farò combattere in tenerosi scontri nei quali, se potessero partecipare Alvin, Denver, Puffi, Carletto e i suoi amici mostri, ci sarebbero delle stragi tali da far rimpiangere ai giocatori il Motorola 8700 e il Nokia 3310.

Detto questo, se vi piace girare per la città, colezionare Mini Pony imbizzariti e Orsetti del cuore dopati, chi sono io per criticarvi o impedirvelo? Divertitevi, non date fastidio al prossimo e soprattutto, non fate cazzate in auto. Ricordate anche che tra poco entrete a fare parte di un perverso sistema di tracciamento che vi trasformerà in target talmente facili che la pubblicità ve la sputeranno addosso con una Bic vuota e dei pezzettini di carta imbevuta di saliva.

Buon divertimento!

Disclaimer: questo post è prevalentemente ironico. Mi divertiva l’idea di fare un revival degli anni 80/90 prendendo in giro i giocatori di Pokémon Go che, per me, sono poco diversi dai Fashion Blogger di Instagram o dagli YouTuber. Fin quando non si invade la libertà e la quiete altrui siamo tutti liberi di far quello che vogliamo. Io, quelli che fanno cose che non mi piacciono, semplicemente li ignoro e non perdo tempo a criticarli. Questo post invece mi ha divertito molto, quindi se ti sei sentito offeso, ignorami pure. Non me la prenderò 🙂

L’inquietante comprensibilità dell’ISIS

Il gruppo Stato islamico raccontato da quattro jihadisti è l’articolo che spiega  drammaticamente bene l’irrazionale imprevedibilità e crudeltà degli attacchi che l’Europa sta subendo da parte dell’ISIS.

Ecco alcuni estratti:

“A me interessa il senso delle cose, la direzione ultima della storia. Vent’anni fa non esistevamo. Oggi siamo al centro dell’attenzione. Oggi negli Stati Uniti c’è una città a maggioranza musulmana [Hamtramck, vicino a Detroit]. Possiamo perdere Raqqa e Mosul ma possiamo comunque colpirvi in qualsiasi momento. Non ho bisogno di organizzare un attentato come quello dell’11 settembre. Posso spaccarti la testa con un mattone in questo esatto istante. Dove c’è un infedele, c’è un pericolo”.

“Era il sogno di tutti, qui: Lampedusa. E invece ora il sogno è Raqqa. Lo Stato islamico. Andare in Italia non ha senso. Finisci in mezzo a una strada, a riempire casse di pomodori, venti euro per dodici ore e sempre a nasconderti, sempre con la paura addosso perché sei clandestino. Francia, Svezia, non fa differenza. Anche se hai un lavoro vero, in Europa resti sempre un arabo. Uno che se guarda una ragazza, lei chiama la polizia. Sempre un ospite, mai un cittadino, uno che deve scusarsi per essere lì. E invece non rubiamo lavoro a nessuno: anzi, siamo gli schiavi che consentono alla vostra economia di girare. Di cosa dovrei ringraziarti? Se tu hai quello che hai, è perché io non ho niente”.

Nel resto del mondo a vent’anni sei pieno di energie, di progetti. Avviare un’impresa, iscriverti a un dottorato. Cambiare città. O anche solo un viaggio, una vacanza. L’auto nuova. Ma io? Io la vita la vedo solo attraverso voi turisti. Mentre vi spiego Annibale, Cartagine, mentre guardate i mosaici: e vi guardo, intanto, guardo le vostre camicie dal taglio perfetto, le borse di cuoio, l’iPhone, e questa pelle liscia, sì, senza rughe, tracce di terra, le dita di chi non deve guadagnarsi il pane con il sudore, vi guardo, e immagino questa vita che non potrò mai avere, quello che per voi è normale, i figli, l’ufficio, la partita di calcetto. Vi guardo e vi odio. Abbiamo sbagliato, abbiamo pensato che il nemico fossero i vari Ben Ali: e invece avevamo contro tutto il mondo, perché quando 62 miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, quando un intero paese come la Grecia fa la fame, ed è la Grecia, non è la Somalia, è l’Europa, allora non è il problema di Ben Ali e dei conti svizzeri di sua moglie: è che tutti voi dovete rinunciare a qualcosa. Se io non ho niente, è perché tu hai tutto.

“L’Iraq è il quinto produttore al mondo di petrolio, ma gli abitanti di Baghdad hanno solo quattro ore di elettricità al giorno. Ed è la capitale. Non pensare al telefonino da ricaricare: pensa alle incubatrici negli ospedali. A chi ha bisogno della dialisi. Sono anni, qui, che rubate tutto, però vedete solo quello che avete voglia di vedere. E quindi ora gli eroi sono i curdi. Sono ladri come tutti gli altri, si spartiscono gli appalti tra amici, e appena avanzano di mezzo metro bruciano tutto perché gli arabi non possano tornare, e dicono che siamo stati noi: e occupano le nostre terre. Però per voi sono gli eroi di Kobane”

I Jihadisti non sono mossi solo da ragioni religiose ma da rabbia, povertà e da un’oggettiva quotidiana discriminazione all’interno dei paesi europei in cui sono nati e cresciuti.

La cosa più preoccupante è che non vedo alcuna soluzione possibile. Se tra questi ragazzi si è diffuso un senso di rivalsa paragonabile a quello dei nostri partigiani esacerbato inoktre da visioni religiose estremiste, non c’è modo di fermarli.

Leggendo gli spezzoni dell’articolo dell’Internazionale trovo preoccupantemente comprensibili le loro motivazioni e i loro gesti. In un mondo globalizzato in cui l’ego, la ricchezza e il successo sono i capisaldi della realizzazione umana, chi ne viene completamente privato non ha niente per cui vivere se non la vendetta.

Mi chiedo chi ha ridotto queste popolazioni in questo stato.

L’occidente è davvero colpevole? I ricchi sono colpevoli? I banchieri sono colpevoli? I paesani razzisti sono colpevoli? Il loro Dio o il nostro sono colpevoli?

Non ho risposte, ma ho paura.
Ho paura di quello che succederà, ma ho paura soprattutto dell’evoluzione della paura in rabbia e della rabbia in guerra dei poveri.

Che Dio ci protegga e che i colpevoli facciano di tutto recuperare ai loro errori.

Brexit, Movimento 5 Stelle, sovranità popolare e Internet

Non sono solito fare analisi socio-politiche, economiche e finanziarie perché sento di appartenere a un mondo completamente differente. Per me il mondo della politica ha delle regole tutte sue basate su caste, favoritismi, interessi economici e personali che poco hanno a che fare col bene comune, la meritocrazia e l’efficienza di lungo periodo.

Cionostante sono cosciente che qualsiasi politico, in qualsiasi nazione, oltre che riscuotere i “benefit” per se stesso e la rispettiva cricca, si troverà ad affrontare una complessità che non può essere risolta con decisioni interventiste, con tagli netti e con battaglie contro lobby economiche e finanziarie.

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Lo spreco di denaro, la burocrazia e il mancato ascolto del malessere popolare sono la più grande colpa dei politici mondiali; la corruzione, le raccomandazioni e lo sperpero di denaro invece sono problemi strettamente italiani.

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