Perché non gioco a Pokémon Go. Nostalgia degli anni 80/90

Prima di parlare del motivo per cui non potrò mai apprezzare il famoso Pokémon Go, metto subito in chiaro due cose.

La prima è che da 35enne con un passato da bimbo sovrappeso dagli enormi occhiali in osso marroni a goccia, i denti storti, il NES sempre acceso e il cassetto dei giocattoli pieno di Masters e Transformers, non posso che definirmi un nostalgico degli anni 80/90. Un tradizionalista della spudorata violenza low-def di Ken in Guerriero e i Cavalieri dello Zodiaco. Un conservatore del pixelloso scorrimento orizzontale di Mario Bros. Un monarchico delle vecchie tradizioni per cui, se sei grasso e hai gli occhiali, l’unico ruolo calcistico che potrai impersonare sarà quello del portiere con sistematiche pallonate in faccia e una mitragliata di gol subiti prima ancora che mia madre urlasse “Antonioo saliiii”.

La seconda è che quei ragazzini che vanno in giro in cerca di pupazzetti a me non danno per niente fastidio e non mi preoccupano per il futuro del mondo. Anzi mi fanno quasi simpatia perché si divertono da matti, escono e fanno gruppo. Gli adulti invece mi piacciono un po’ meno, ma in fondo chi se ne frega. Io pure faccio cose tipo la Capoeira che in molti non capiscono, quindi. Quelli invece che si schiantano in auto sono degli dementi, esattamente come lo sono quelli che usano Whatsapp o Facebook durante la guida.

Fatte queste premesse vi spiego perché, neanche per lavoro, riesco a usare un’app che in poche settimane ha avuto oltre 75 milioni di download, che fattura tottellate di dollari al giorno e che continua a far ciondolare gente in giro per le città manco fossero rabdomanti nel deserto.

Tralasciando il fatto che tra lavoro, Capoeira, pendolarismo, Esselunga e un po’ di meritato riposo insieme alla mia fidanzata, non mi sognerei mai di andare in giro a cercare dei mostriciattoli feroci quanto un Muppet e poi, diciamoci la verità, ma che genere di combattimenti fanno? Cioé stiamo parlando di un ragazzino che va in giro con una palla dallo spazio interno infinito come le borse di Mary Poppins che poi, quando trova qualcuno che fa il bullo, tira giù la palla e fa combattere il mostrino di turno?!

No ma dico, ce la fai? 

Negli anni 80/90 non ci si nascondeva dietro tondeggianti animaletti colorati. Ai miei tempi le risse si facevano con le sacre tecniche di Hokuto. Due dita nel cervello, una sul pettorale e 3 secondi di sbeffeggio prima di quell’acuto suono che precedeva il rigonfiamento e l’esplosione del corpo in una esilarante fontana di sangue che riempiva il piccolo schermo a tubo catodico. Altro che palle e mostrini! Allòra i torti si risolvevano a tu per tu usando le mani o un bell’incontro di wrestling su un ring circondato da punte affilate ed arrugginite con su una maschera che, mi sono sempre chiesto, quanto diavolo facesse sudare il povero Uomo Tigre! E se fare a cazzotti non piaceva, si poteva usare una comoda armatura dell’elmetto a forma di animale composta dell’unico metallo al mondo che invece che sciogliersi o rompersi, si sgretolava come la pietra pomice sui calli di mia nonna. Il massimo della disintermediazione poi si aveva solo quando si pilotava un mega robot che sparava missili all’infinito da qualsiasi pertugio del suo corpo e che quando si metteva male, si univa ad altri robot per creare un mega-super-robot con incastri degni di Fuksas e l’arrivo di componenti che non ho mai capito dove giacessero durante i combattimenti.

Cioé vuoi combattere? Non puoi andare in giro a cercare i Pokémon! Per me combattere in un videogioco significa sparare Hokuto no ken a nastro e cercare di tirarti via la testa insieme alla spina dorsale con una fatality, parola che ai giocatori di Pokémon Go fa pensare solo a un errore dei server, non al più saguinario dei videogiochi di combattimento del sistema solare.

Mi dispiace ma non è nel mio stile andare in giro con jeans, cappellino rosso e zainetto. Io sono per il total black di Devil Man, la classe di Lupin o al massimo l’attillata sportività di Megaloman. E poi non mi dite che per trovare quegli animali dovrei farmi obbligare da un’azienda americana a girovagare per la mia città così da scoprire “i tesori nascosti” della mia terra nonostane il mio vicino di casa con 30 euro (30 mila lire cit.) mi farebbe una guida migliore! Io al massimo potrei andare alla ricerca del settimo senso, delle sfere del drago, della spada di He-Man, dei laghi in cui Sampei pescava pesci con cui mangiare una settimana, del Mago Pancione a cui chiedere i numeri del SuperEnalotto, di Doraemon a cui far pulire casa e far fare la spesa, del giardiniere di Holly e Benji per congratularmi dell’ottima aratura a uovo, dell’officina di fiducia di Super Gattiger o dell’azienda di trasporti del Galaxy 999 per mandare il curriculum.

I Pokémon però no. Non riesco proprio. Non li cercherò e non li farò combattere in tenerosi scontri nei quali, se potessero partecipare Alvin, Denver, Puffi, Carletto e i suoi amici mostri, ci sarebbero delle stragi tali da far rimpiangere ai giocatori il Motorola 8700 e il Nokia 3310.

Detto questo, se vi piace girare per la città, colezionare Mini Pony imbizzariti e Orsetti del cuore dopati, chi sono io per criticarvi o impedirvelo? Divertitevi, non date fastidio al prossimo e soprattutto, non fate cazzate in auto. Ricordate anche che tra poco entrete a fare parte di un perverso sistema di tracciamento che vi trasformerà in target talmente facili che la pubblicità ve la sputeranno addosso con una Bic vuota e dei pezzettini di carta imbevuta di saliva.

Buon divertimento!

Disclaimer: questo post è prevalentemente ironico. Mi divertiva l’idea di fare un revival degli anni 80/90 prendendo in giro i giocatori di Pokémon Go che, per me, sono poco diversi dai Fashion Blogger di Instagram o dagli YouTuber. Fin quando non si invade la libertà e la quiete altrui siamo tutti liberi di far quello che vogliamo. Io, quelli che fanno cose che non mi piacciono, semplicemente li ignoro e non perdo tempo a criticarli. Questo post invece mi ha divertito molto, quindi se ti sei sentito offeso, ignorami pure. Non me la prenderò 🙂

L’inquietante comprensibilità dell’ISIS

Il gruppo Stato islamico raccontato da quattro jihadisti è l’articolo che spiega  drammaticamente bene l’irrazionale imprevedibilità e crudeltà degli attacchi che l’Europa sta subendo da parte dell’ISIS.

Ecco alcuni estratti:

“A me interessa il senso delle cose, la direzione ultima della storia. Vent’anni fa non esistevamo. Oggi siamo al centro dell’attenzione. Oggi negli Stati Uniti c’è una città a maggioranza musulmana [Hamtramck, vicino a Detroit]. Possiamo perdere Raqqa e Mosul ma possiamo comunque colpirvi in qualsiasi momento. Non ho bisogno di organizzare un attentato come quello dell’11 settembre. Posso spaccarti la testa con un mattone in questo esatto istante. Dove c’è un infedele, c’è un pericolo”.

“Era il sogno di tutti, qui: Lampedusa. E invece ora il sogno è Raqqa. Lo Stato islamico. Andare in Italia non ha senso. Finisci in mezzo a una strada, a riempire casse di pomodori, venti euro per dodici ore e sempre a nasconderti, sempre con la paura addosso perché sei clandestino. Francia, Svezia, non fa differenza. Anche se hai un lavoro vero, in Europa resti sempre un arabo. Uno che se guarda una ragazza, lei chiama la polizia. Sempre un ospite, mai un cittadino, uno che deve scusarsi per essere lì. E invece non rubiamo lavoro a nessuno: anzi, siamo gli schiavi che consentono alla vostra economia di girare. Di cosa dovrei ringraziarti? Se tu hai quello che hai, è perché io non ho niente”.

Nel resto del mondo a vent’anni sei pieno di energie, di progetti. Avviare un’impresa, iscriverti a un dottorato. Cambiare città. O anche solo un viaggio, una vacanza. L’auto nuova. Ma io? Io la vita la vedo solo attraverso voi turisti. Mentre vi spiego Annibale, Cartagine, mentre guardate i mosaici: e vi guardo, intanto, guardo le vostre camicie dal taglio perfetto, le borse di cuoio, l’iPhone, e questa pelle liscia, sì, senza rughe, tracce di terra, le dita di chi non deve guadagnarsi il pane con il sudore, vi guardo, e immagino questa vita che non potrò mai avere, quello che per voi è normale, i figli, l’ufficio, la partita di calcetto. Vi guardo e vi odio. Abbiamo sbagliato, abbiamo pensato che il nemico fossero i vari Ben Ali: e invece avevamo contro tutto il mondo, perché quando 62 miliardari possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione del pianeta, quando un intero paese come la Grecia fa la fame, ed è la Grecia, non è la Somalia, è l’Europa, allora non è il problema di Ben Ali e dei conti svizzeri di sua moglie: è che tutti voi dovete rinunciare a qualcosa. Se io non ho niente, è perché tu hai tutto.

“L’Iraq è il quinto produttore al mondo di petrolio, ma gli abitanti di Baghdad hanno solo quattro ore di elettricità al giorno. Ed è la capitale. Non pensare al telefonino da ricaricare: pensa alle incubatrici negli ospedali. A chi ha bisogno della dialisi. Sono anni, qui, che rubate tutto, però vedete solo quello che avete voglia di vedere. E quindi ora gli eroi sono i curdi. Sono ladri come tutti gli altri, si spartiscono gli appalti tra amici, e appena avanzano di mezzo metro bruciano tutto perché gli arabi non possano tornare, e dicono che siamo stati noi: e occupano le nostre terre. Però per voi sono gli eroi di Kobane”

I Jihadisti non sono mossi solo da ragioni religiose ma da rabbia, povertà e da un’oggettiva quotidiana discriminazione all’interno dei paesi europei in cui sono nati e cresciuti.

La cosa più preoccupante è che non vedo alcuna soluzione possibile. Se tra questi ragazzi si è diffuso un senso di rivalsa paragonabile a quello dei nostri partigiani esacerbato inoktre da visioni religiose estremiste, non c’è modo di fermarli.

Leggendo gli spezzoni dell’articolo dell’Internazionale trovo preoccupantemente comprensibili le loro motivazioni e i loro gesti. In un mondo globalizzato in cui l’ego, la ricchezza e il successo sono i capisaldi della realizzazione umana, chi ne viene completamente privato non ha niente per cui vivere se non la vendetta.

Mi chiedo chi ha ridotto queste popolazioni in questo stato.

L’occidente è davvero colpevole? I ricchi sono colpevoli? I banchieri sono colpevoli? I paesani razzisti sono colpevoli? Il loro Dio o il nostro sono colpevoli?

Non ho risposte, ma ho paura.
Ho paura di quello che succederà, ma ho paura soprattutto dell’evoluzione della paura in rabbia e della rabbia in guerra dei poveri.

Che Dio ci protegga e che i colpevoli facciano di tutto recuperare ai loro errori.

Brexit, Movimento 5 Stelle, sovranità popolare e Internet

Non sono solito fare analisi socio-politiche, economiche e finanziarie perché sento di appartenere a un mondo completamente differente. Per me il mondo della politica ha delle regole tutte sue basate su caste, favoritismi, interessi economici e personali che poco hanno a che fare col bene comune, la meritocrazia e l’efficienza di lungo periodo.

Cionostante sono cosciente che qualsiasi politico, in qualsiasi nazione, oltre che riscuotere i “benefit” per se stesso e la rispettiva cricca, si troverà ad affrontare una complessità che non può essere risolta con decisioni interventiste, con tagli netti e con battaglie contro lobby economiche e finanziarie.

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Lo spreco di denaro, la burocrazia e il mancato ascolto del malessere popolare sono la più grande colpa dei politici mondiali; la corruzione, le raccomandazioni e lo sperpero di denaro invece sono problemi strettamente italiani.

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Vecchi punti di riferimento per nuovi progetti

Ricordo benissimo l’entusiasmo con cui tra il 2004 e il 2008 usavo Internet quasi esclusivamente per studiare, scrivere e sperimentare. Oggi invece è tutto un social quindi non si ricerca e non si approfondisce quasi più nulla. Sembriamo quasi anestetizzati dai contenuti che gli “amici” e le aziende ci propinano sui vari Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest etc.

Ovviamente non voglio generalizzare e non voglio fare il moralizzatore perché non ho l’autorità intellettuale per farlo. La mia è più che altro un’autocritica perchè, dopo essere tornato ad utilizzare il web come facevo quasi 10 anni fa, sono rimasto colpito dall’entusiasmo con cui scorro contenuti interessantissimi che fino a qualche settimana fa non avrei mai trovato.

Quanto tempo, traffico ed energie sprecate facendomi gli affari degli altri!

No, tranquilli, non sono impazzito. Ho solo iniziato un nuovo progetto in cui credo molto e in cui cercherò di unire la mia passione per le auto con la mia esperienza nel mondo digitale e in quello dei trasporti.

Per Mobility Technologies ho deciso di rispolverare gli stessi punti di riferimento che usai tanti anni fa quando ho iniziato a studiare le fondamenta del Digital Marketing, del Content e Social Media Management: curiosità, ricerca, confronto e condivisione.

Ciò significa selezionare le fonti, gli argomenti e gli interlocutori, leggere tantissimo e scrivere altrettanto. Mi è bastato quindi passare qualche serata a mappare i siti di news, i Blog, le parole chiave e i trend del settore per trasformare il mio feed reader in una fonte di informazione e ispirazione incredibile. Per non parlare poi di tutti i siti privi di RSS che dovrò controllare manualmente!

Digg

L’entusiasmo che provo scorrendo le cartelle su Digg mi fa capire quanto abbia ancora la possibilità di imparare, sottolineandomi contemporaneamente anche quanto futile possa essere l’utilizzo del web. E vi assicuro che non mi sto riferendo a chi in preda a deliri depressivo edonistici continua a pubblicare foto, video e messaggi con cui farsi compatire dalla rete.

Sul web la libertà di ognuno finisce dove non è più possibile fare l’unfollow.

Il punto è che da oggi ho deciso di dedicare tempo ed energia solo a contenuti che valga la pena leggere o a persone a cui tengo veramente. La mia preoccupazione quindi non sono le cazzate che si leggono sui social, ma il fatto che sul web “tradizionale” sia disponibile un mare di informazioni interessanti che non riescono a penetrare all’interno della nostra ristretta cerchia di contatti.

Come se non bastassero gli articoli scritti da persone più esperte di me, vi confermo che lo scopo dei Social Network non è quello di metterci in contatto con i nostri amici, ma semplicemente di mostrarci pubblicità sempre più personalizzata rinchiudendoci all’interno di un finto universo sociale e informativo in cui visualizziamo sempre la stessa tipologia di contenuti. Facendo una similitudine, è come se un locale ci impedisse di conoscere amici nuovi per evitare il rischio che si vada a bere la birra altrove.

Vivere senza Social Network è possibile se non addirittura liberatorio, ma non avrebbe senso. Internet è condivisione e i social ne sono la maggiore espressione esistente. Il problema reale non sono le loro meccaniche né tantomeno i modelli di business che li alimentano, quanto il valore che noi utenti attribuiamo ai contenuti e alle persone che li popolano a discapito della realtà o, peggio ancora, di noi stessi.

Adesso finalmente, con l’entusiasmo negli occhi, il cuore leggero, la mente libera e le dita pronte a battere sulla tastiera, posso finalmente inaugurare questo 2016 come l’anno della ricerca, della scrittura e della crescita professionale.

Zuckemberg non ha davvero donato i suoi soldi in beneficienza, ma potrebbe fare qualcosa di buono comunque

Lo scorso 1 dicembre Mark Zuckemberg ha annunciato, con molta discrezione, che per festeggiare la nascita della sua prima figlia Max devolverà il 99% delle sue azioni di Facebook in beneficienza. Giusto per capirci, il 99% delle azioni della famiglia Zuckemberg valgono 44,55 miliardi di dollari, cioè 41,69 miliardi di euro, cioè 80.723 miliardi di vecchie lire.

Zuckemberg daughter

In questi giorni ho volontariamente evitato di leggere articoli sensazionalistici perchè nonostante possedere la “cosa” più famosa al mondo possa dare alla testa, proprio non riuscivo a credere in questa incontenibile bontà.
Per quale motivo un padre di famiglia dovrebbe dare tutto in beneficienza per al fine di creare un mondo migliore per la figlia appena nata? Sarà che io appartengo ancora alla generazione in cui la casa lasciata in eredità dai genitori rappresenta una delle migliori fortune che potrebbero capitare a un trentenne, ma tant’è che, a furia di aspettare, mi sono imbattuto in questo:

What No One Is Telling You About Mark Zuckerberg Donating 99% Of His Fortune To “Charity” cioè Cosa non sta dicendo nessuno a proposito della donazione del 99% della fortuna di Mark Zuckemberg in beneficienza.

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